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ContemporaneaMente.
Cifre possibili della contemporaneità.

Sintesi della conferenza

In collaborazione con il gruppo culturale di Filosofia e Psicologia Oron Oronta e l'AIMC di Asti, l'Associazione Museo Arti e Mestieri di un tempo ha ospitato, nei locali del castello di Cisterna d'Asti, il 15 e il 16 marzo 2008, il secondo appuntamento con la filosofia dal titolo evidentemente evocativo ContemporaneaMente: cifre possibili della contemporaneità.

Visto l'entusiasmo suscitato dal primo incontro, tenutosi ad ottobre e volto a delineare uno dei molteplici ritratti di Nietzsche, si è scelto di proseguire il progetto culturale che apre le porte del castello, e quelle della mente, a riflessioni che non possono lasciare indifferenti e che coinvolgono ciascuno di noi.
Gianni Cavallero ha introdotto la discussione presentando il filo conduttore che ha animato il convegno: la mente contemporanea, sollevando un interrogativo: "Quali sono i demoni, gli archetipi che la popolano e che costituiscono il nostro mondo?". Domanda che, secondo il professore, accetta molteplici risposte. Ha poi fornito una definizione coincisa, ma decisamente efficace per chiarire cosa si intenda per contemporaneo: "contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascino del proprio tempo". Poche parole che consentono diverse interpretazioni e che assumono un significato diverso a seconda della prospettiva che si assume nell'analizzarle, a seconda dello sguardo con cui le si affronta e dello sguardo che si deve fronteggiare, proprio rispettando l'atteggiamento fondamentale del gruppo Oròn Orònta, guardarsi guardati.

Ha inaugurato la serie di spunti alla riflessione Marcello Furiani, con un intervento dal titolo Nessuno ti richiede più poesia. Prendendo spunto da una citazione di Pier Paolo Pasolini, è stato analizzato il concetto si sacro, diverso da quello di religione a cui spesso viene associato, indica una dimensione altra e rappresenta contemporaneamente la meraviglia e l'angoscia provate nei confronti della vita. È l'alba del pensiero umano, gli stessi dèi del mondo greco sono proiezioni degli uomini e delle loro mostruosità, ne scaturisce il ruolo fondamentale del mito, che non è solo forma narrativa, ma diventa immagine della realtà più profonda, spazio interiore. Per questo Nietzsche esorta a gettare rose e non pietre nell'abisso dell'anima, affinché non si rimanga inghiottiti dal mostro che la abita. Lo stesso filosofo giungerà nel 1882 a dichiarare la morte di Dio e Heidegger, commentando una tale posizione, sosterrà che essa incarna il tramonto della tradizione metafisica, che ha rimosso la dimensione del sacro, che precede qualsiasi religione e teologia. La questione inerente Dio non è quella sua esistenza, ma quella della sua presenza o assenza: è così lontano tanto da non percepirne più nemmeno la mancanza.

Heidegger si affida allora al linguaggio poetico, a quel confronto tra dispiegamento e nascondimento in cui si percepisce la verità. Gli stessi poeti sono da lui ritenuti più arrischianti e i più dicenti. Nell'apertura poetica l'uomo riguadagna la sua patria: il linguaggio si configura come casa dell'essere e contemporaneamente casa dell'uomo.

La poetica non discute di Dio, ma dei divini (una delle quattro regioni che costituiscono la quaternità, elementi che si appartengono l'un l'altro e che vivono tra loro un rapporto infinito); quindi tace e, nel suo silenzio, che non è un dir nulla, ma un ospitare tutti gli interlocutori, fiorisce il sacro. È un richiamo all'apertura, all'esclusione di qualsivoglia de-finizione, nel senso etimologico del termine: non si possono stabilire dei confini netti.

Secondo Hölderin, citato più volte, il poeta riesce a mettere nella poesia l'essenza della poesia stessa; la sua Dichtung (termine tedesco che significa poesia) insegna ad apprendere un silenzio, si avverte, così, il brivido di un silenzio che eccede e che comunica più di infinite parole. Ritornando ad Heidegger, il pensare è insieme poetare, contemporaneamente ricerca e smarrimento, il filosofo e il poeta che parla del sacro si incontrano nei loro cammini.

In un'intervista pubblicata una settimana dopo la sua morte, Pasolini esterna una rabbiosa indignazione nei riguardi di un ordine orrendo. Fortemente influenzato da Marx, si chiede se il capitale è totale, perché interiorizzato, come farà l'umanità ad essere sensibile al richiamo del sacro? Ci stiamo inoltrando in una mancanza di poesia, mancanza evocata nello stesso titolo dato all'intervento di Furiani; ciò che inquieta Pasolini è come una tale società desacralizzata possa avvertire la mancanza del sacro. Il tempo aurorale del regista friulano appartiene alla sua infanzia e alla sua terra d'origine, qui egli avverte il sacro e il silenzioso parlare della natura, che definisce ierofania (manifestazione del sacro).

Nel film Salò, manifesta il trionfo del profano, metafora della vita quotidiana, si assiste all'omologazione: ogni identità è cancellata, tutto è ricondotto a categorie economiche. Chiusa la dimensione del sacro, l'uomo si perde in un girone infernale: il sacro è desacralizzato, la natura denaturalizzata, l'uomo disumanizzato: è un eccesso di saturazione. L'essenza dell'Occidente è quella di essere senza limiti; i suoi processi sono lineari e non circolari, di accumulo e non di scambio.

Questa prospettiva consente di riconoscere in Faust il paradigma dell'uomo contemporaneo, Franco Mattarella ha presentato, appunto una relazione che lo assume come modello, Faust: il desiderio nell'uomo dal Medioevo all'età contemporanea.

L'uomo, oggi, desidera sempre di più ed è sempre meno soddisfatto. L'uomo Faust, in quanto non ha senso del limite, incarna in qualche modo l'uomo moderno ed essendo una figura duttile si presta a differenti interpretazioni. Iniziando dalla leggenda il primo Faust fu pubblicato anonimo nel 1587, scritto probabilmente da un monaco che narra dei prodigi compiuti da questo medico, realmente esistito nella Germania meridionale, negromante che divenne molto popolare perché gli venivano attribuiti poteri sovrumani. È stata una figura che ha interessato molti intellettuali, sviluppandosi come una ragnatela, il relatore ha operato una cernita scegliendo quello di Goethe, di Marlowe e di Mann. Nel testo del Cinquecento, Faust ossessionato dalla ricerca del sapere, non esita e stringere un patto con Mefistofele. Vedrà realizzati tutti i suoi desideri, ma dopo ventiquattro anni dovrà in cambio, cedere la propria anima al diavolo. Potrebbe giustificarsi per fede, ma angosciato dalle conseguenze morirà tragicamente nella sua camera. Si fa chiaro riferimento al clima di fermento suscitato dalle idee di Lutero e il libro può essere considerato un testo di propaganda protestante che utilizzava l'impatto suscitato dalla figura di Faust sulle masse popolari.

Cristopher Marlowe, letterato inglese, nel 1593, conferirà un valore letterario al testo ma non ottenendo una grande eco. Sarà Goethe, nel 1775 a rivalutare questa figura, tanto che ancora oggi resta la celeberrima. Goethe vide in Faust l'incarnazione delle proprie aspirazioni sin da bambino, quando ebbe modo di assistere ad una rappresentazione presso il teatro della Marionette. Ne fu affascinato, tanto da rielaborare più volte il testo, scrivendone più versioni fino alla maturità; trasformò la figura di Faust trasmettendo le proteste del suo tempo e Mefistofele divenne un aspetto complementare dell'uomo Faust, mentre prima era un elemento esterno.

L'altra elaborazione presa in esame è quella di Thomas Mann, che nel 1943 narra di un musicista che per ottenere l'ispirazione musicale è disposto a vendere la propria anima al diavolo. Incurante delle conseguenze che questo gesto avrà sulle persone a lui care. Marlowe scrive dall'esilio negli Stati Uniti, mentre il nazismo imperversa, quest'opera diventa per l'autore occasione di riflettere sul germanismo: scaturisce un'immagine molto negativa del popolo tedesco.

Ciò che accomuna queste diverse descrizioni è che Faust appare connotato da due costanti: il desiderio e l'assenza di limite. Per Platone l'uomo che rinuncia al godimento coglie l'essenza, è il concetto di hybris che emerge nel Fedro. Un dipinto di Abraham Bloemaert, Morte dei figli di Niobe, del 1591 indica questa hybris, Artemide e Apollo uccidono tutti i figli di Niobe perché li lodava senza limiti. Nell'età contemporanea si possono riconoscere varie figure o comportamenti che denotano questi eccessi: dal coaching (la figura di un consulente che aiuti a vivere), la posizione dei transumanisti (stilano un regolamento da seguire) fino all' abuso di farmaci e psicofarmaci (diventano l'unico modo per continuare a vivere).

Un neurobiologo Gaetano Di Chiara ha pubblicato diversi studi in cui il piacere viene connotato non come un optional, ma come una necessità. È un meccanismo di ricompensa che guida il nostro comportamento, siamo spinti dal piacere. Definisce scantinato del cervello quell'area topograficain cui si accumulanoi meccanismi che ci consentirebbero di vivere qualora il cervello vero e proprio non funzionasse più. Il piacere si articola, secondo l'illustre studioso, in due fasi: consumatoria (della soddisfazione) che procura un piacere innato e appetitiva (o del desiderio) è un piacere appreso che si avvale delle esperienze acquisite nella fase consumatoria e procura un piacere più intenso di quello che riceve soddisfazione.

Secondo un neurobiologo francese Jean Paul Tassin ciascuno di noi ha una rosa dei venti dei piaceri che spazia attraverso molteplici e variegati significanti; questa rosa ci guida in tutte le scelte che operiamo senza che ne siamo consapevoli. La rosa ci guida nella navigazione della vita.

Dal punto di vista fisiologico, ciascuno di noi possiede un livello basale di dopamina, sostanza che viene riversata nel sistema limbico (è lo scantinato delle emozioni, il comportamento istintivo può essere modificato dall'esperienza), livello che aumenta quando riceviamo uno stimolo: ritorna a livello basale quando si riceve ricompensa, in caso contrario scende al di sotto e di prova malessere. Faust, secondo questa prospettiva, rappresenta una situazione patologica, incarna, in generale, l'emblema di tutte le persone che soffrono le forme più disparate di dipendenza. Avverte continuamente malessere, sollecitato da molti significanti tenta perennemente di soddisfarli senza mai giungere ad un approdo definitivo.

Secondo l'orizzonte psicoanalitico e precisamente per Freud, noi siamo desiderio, il nostro desiderio si radica nell'infanzia e l'intero apparato psichico si sviluppa dal desiderio. Sul senso del limite, Freud dice che l'uomo non è etico; il senso di colpa nasce dal timore di perdere l'amore degli altri, così limitiamo il desiderio che altrimenti sarebbe illimitato.

André Green, parlando dell'olocausto, sostiene che nulla sarà più come prima, le vittime di ieri o i loro discendenti si potrebbero trovare dall'altra parte della barricata. Il male non ha una spiegazione, un perché; perché tutto ciò che esiste non ha senso: il male è senza perché, perché non ci sono perché.

L'interessante relazione si è conclusa con una citazione del Faust (1912) di Fernando Pessoa, è lo stesso Faust a parlare: sosto sull'orlo di me e mi affaccio: l'abisso [.] mi precipito nell'abisso e resto in me. [...] mi sveglio e ritorno in me, alla vita.

Ha proseguito il dibattito Alessandro Marchese, con il contributo dal titolo Francamente: la parresia come comunicazione educativa. Michel Foucault analizza questo termine in Discorso e verità nella Grecia antica, corso di lezioni tenute a Berkeley in cui riconosce che il parlar sincero, appunto, francamente è un esercizio spirituale. Nell'Alcibiade maggiore (dialogo platonico un tempo studiato e ora accantonato nei manuali di storia della filosofia), Socrate si rivolge ad Alcibiade, possibile erede di Pericle, indicandolo come il nuovo leader, ma condizione imprescindibile deve essere quella di conoscere se stesso, senza sapere di conoscere se stesso.

Si tratta di un esempio di parresia, che si prefigge lo scopo di conoscere se stessi, di giungere a poter capire che dentro di noi il daimon socratico è una guida. Compito che consiste nel cogliere la voce della coscienza, come scrive Hillmann, voce che può essere colta da Socrate, ma anche da tutti noi. L'uomo deve, però, essere disposto a soffrire per giungere al proprio Sé. Socrate pone al centro gli altri e non se stesso, ha estrema fiducia nell'uomo, non impone alcuna verità e l'ironia diventa un mezzo grazie cui finge di accettare le tesi per dimostrarne i limiti. Il dialogo con il proprio daimon non è qualcosa di statico, definitivo, la stessa Felicità, eudaimonia, è fioritura umana, human flowershing, come afferma Martha C. Naussbaum; di fronte ad essa si prova ciò che si sente nell'ammirare un prato fiorito.

Socrate può essere paragonato ad una tipo di pietra su cui saggiare se l'oro sia veramente tale, è una comunicazione tra demoni, che prevede in questi tentativi per appurare se effettivamente sia oro, innumerevoli frizioni, ma che, al termine del processo, conduce all' autenticità di Sé. La parresia è un processo continuo, il dialogo con cui si mettono in comunicazione le proprie coscienze dura tutta la vita e non ha un luogo deputato. Si tratta di recuperare questo modo di dialogare, di recuperare lembi rimossi, per giungere a confrontarsi con il daimon che abita ciascuno di noi e farselo amico. Anima e corpo lavorano insieme, in modo sinergico, facendo fatica insieme, pervenendo ad una nuova consapevolezza di sé.

Marchese ha concluso una provocazione dichiarata, lanciata da Cesare Scurati, che propone esercizi spirituali per insegnanti, con l'obiettivo di ritornare a prendersi cura di sé, rispecchiandosi in altri demoni. Chi non si prende cura di sé non può prendersi cura degli altri. Non è costituito da un evento unico, ma è un impegno costante, nel tentativo di ritagliarsi un ruolo nella discussione e coglierne i frutti. Quella della parresia è una spontaneità regolata, punto in cui ci ritroviamo in equilibrio con noi stessi; il fine è rappresentato dal costruire un'armonia. Il dialogo parresiastico, o la pratica parresiastica, permettono di riavvicinarsi al prossimo con uno stile di vita possibile.

Alberto Banaudi ha tratteggiato un percorso molto suggestivo, quello che è venuto a instaurarsi tra lucidità e idiozia, in Gh'eros. Metamorfosi di lucidità e idiozia. Il termine greco è un genitivo, della vecchiaia; con il gioco dell'aggiunta di un apostrofo fa emergere eros, e anagrammato dà orghes, indicando così sia la vecchiaia, che l'amore, che l'ira. Ha utilizzato la metafora della vita come nave che solca un mare immenso, l'essere vecchi non rappresenta il raggiungimento di un traguardo, anzi l'essere sempre e ancora in alto mare, senza futuro; essere vecchi ed essere condannati al presente, un presente connotato dalla salsedine azzurra. In questo orizzonte restano come strumenti di orientamento due bussole impazzite: l'ira e la lussuria.

Essere vecchi, sentirsi vecchi è una condizione che contraddistingue l'uomo contemporaneo. Le sapienze sono state smantellate, perché nascondevano sempre un interesse particolare , nascondevano una norma particolare o una norma vuota.

Si assiste ad un gioco di oscillazioni sempre più veloci, tra la lucidità (da lucidus= limpido), che smantella e l'idiozia (da idiotes= cittadino privato), che rappresenta gli angoli della nave in cui si cerca un po' di refrigerio. L'idiozia non è, quindi stupidità, o almeno non solo, ma una fuga e un rifugio; la ricerca di privatezza e di privazione, nei confronti di quella lucidità, che con il suo operato ci ha massacrati. Una della cifre della contemporaneità può essere riconosciuta nell'insonnia, splendida metafora della lucidità. L'insonnia spezza in due la vita; soltanto chi dorme riesce ad essere quello del giorno prima, a riconnettere i fili della propria vita.

In un suo racconto I due re e i due labirinti, Borges narra la vicenda del re di Babilonia che ha costruito un intricato labirinto in cui rinchiudere il re d'Arabia. Quest'ultimo riuscirà a salvarsi facendo appello ad Allah e intimando al re di Babilonia di fargli conoscere il proprio labirinto. Occupata Babilonia, distrugge il labirinto e cattura il re, che posto nel deserto morirà in un labirinto senza limiti. L'insegnamento che se ne può ricavare è che il vero labirinto non ha muri, è la vita stessa. Si può interpretare Internet alla luce di questa metafora, indica il labirinto contemporaneo: non c'è, come direbbe Deridda, un arcitesto, un testo superiore, ma ogni cosa rimanda ad un'altra e così via, in un processo infinito.
È stato riportato anche un altro racconto, scritto da Kafka, di un re in punto di morte che invia un messaggero in un luogo imprecisato, dai contorni indefiniti. gli sussurra il messaggio e se lo fa ripetere per essere sicuro che sia riferito correttamente. Aspetterà un messaggio che non potrà mai arrivare, analogo al paradosso di Achille e della tartaruga, esemplifica un'attesa votata allo scacco. L'idiozia ha imparato la lezione e si è incoronata re: un altro modo per sfuggire alla lucidità schiacciante.

L'ultima narrazione che è stata citata è quella che riguarda il mito di Sysife, elaborarta da Camus. Condannato a spingere un enorme masso sul crinale di una montagna, giunto alla sommità lo vedrà, sempre ed eternamente, rotolare fino in fondo, eppure dobbiamo immaginare Sisifo felice, perché ha trovato il suo personale antidoto a questa situazione frustrante, il mostrare i propri muscoli, comportamento che lo trasformerà in Narciso.

Smantellando le grandi sfere che ci proteggevano, quelle astrali e quelle religiose e le altre abbattute le quali ci si avvicina al cuore segreto di una verità, che si nascondeva dietro ogni grande narrazione. I giovani sono stati paragonati dal relatore ad echinodermi, molluschi con una corazza esterna che resiste agli urti, ma con un interno molto fragile, immagine che rende in modo esemplare la condizione giovanile quale traspare anche dalle cronache.

L'unica forma di contatto con il sacro, per Banaudi, è guardare le cose come stanno. Dobbiamo accettare di costruire umilmente pezzo per pezzo l'immagine del mondo, di quello che siamo e sfuggire la tentazione di nasconderci dietro alle grandi e rassicuranti narrazioni.

Il titolo a cui Giancarlo Tonani ha ricondotto la sue riflessioni è volutamente ellittico, Che guerra sia, gli si può conferire il significato che più si ritiene opportuno, ma non univoco. La guerra è un fenomeno a-simbolico; chi combatte in tutte le guerre non è più se stesso, è altro, è hometed, visitato da spiriti. In una rassegna di citazioni, da Bob Dylan, a Vasco Rossi, a Fenoglio fino a Levi, che nella Tregua fa pronunciare al prigioniero greco liberato le parole guerra è sempre, è stato sottolineato come, pur intesa sotto molteplici aspetti, la guerra apra la possibilità di guardare con occhi disincantati e lucidi non solo ciò che è ora, ma ciò che è sempre. Lo stato di guerra è endemico. La divulgazione riposante, la chiacchiera è guerra. Guardare in faccia il nemico comporta una grande perdita di odio, quest'ultimo è la conditio sine qua non per colpire.

Per Apollinaire il dramma della guerra consente un'apertura al possibile; apre un orizzonte sulla mente umana, sulla sua complessità, che non permette il lusso chiudersi in immagini unitarie. Non a caso, tra i due conflitti mondiali, si sono verificato ampi studi e sviluppi della psichiatria, in fondo il controllo razionale sulla mente va in tilt piuttosto facilmente e in tal caso si aprono voragini.

La pars costruens consiste nel fatto che il contemporaneo ammette di pensare LA guerra e non ALLA guerra, evitando, così, di avvalersi di strategie di contenimento razionale. Tonani ha avanzato l'ipotesi che forse la vera guerra è quella di rinunciare agli stereotipi, alle forme consolatorie. Lo scrittore tedesco Sebald, si sentiva defraudato del passato, soprattutto nell'osservare come nella città di Berlino fosse e sia stato eseguito un tentativo titanico di coprire le atrocità inerenti alla Guerra; per questo ha cercato di ricostruire la distruzione, delineando un quadro terribile non limitato ad un preciso lasso di tempo, ma esteso di mese in mese, di anno in anno. Si è assistito a un forte fenomeno di rimozione; la città che intendeva pulire il mondo ha finito per essere ricoperta da resti umani minimi, da insetti e da topi.

Affermare "mai più guerre" è un attacco, un affronto alla lucidità; la stessa tolleranza, definita da Goethe un insulto è una rinuncia la processo bellicoso di sguardo e di confronto con l'altro. Secondo Wilfred R. Bion quando si guarda un altro si vede un animale feroce e, per poter fare qualcosa insieme, occorre costruire un piccolo recinto per asini. Implica accettarsi nella propria complessità non del tutto contenibile o inscrivibile in formule. Che guerra sia è una sorta di casa sull'Apocalisse, una casa sul mare.

L'ultimo intervento in cui si è articolato l'incontro ha prefigurato una suggestiva prospettiva, Socrate con Dioniso e Afrodite. La cosa più difficile da trovare nei legami amorosi è l'amore. Cavallero ha ricordato come l'evento dell'incontro di una donna abbia disordinato la vita di Socrate e gli abbia fornito l'unica cosa che sa (episteme): le cose d'amore.

Per il filosofo greco Eros è un demone che sta tra l'umano e il divino, che consente un contatto tra le due sfere. Colui che parla di cosa che non riguardano Eros è un uomo comune, colui che ne parla è un uomo demonico. Parlarne rappresenta un distaccarsi da questa realtà e permette di instaurare un rapporto con la parte oscura di noi. È l'unica possibilità che l'uomo ha di morire e rinascere, nel rapporto amoroso ci si perde in un grande oceano, l'orgasmo è annientamento dell'individualità, si muore e si rinasce nello sguardo dell'altro.

L'altro lato dell'emozione è affidato ad Afrodite, la cui figura e ciò che incarna è stata presentata da Patrizia Lama. Afrodite esprime un'energia, la ricerca dell'armonia che è l'unica veramente salvifica. Ha uno sposo, Efesto, che è zoppo, ma in grado di fabbricare oggetti di magnifica fattura, con cui la moglie si adorna e che utilizza negli incontri con i suoi molteplici amanti. Tra questi ve n'è uno prediletto, Marte (Ares) rifiutato da Zeus perché troppo istintivo ed aggressivo, che, però, ritrova la calma tra le braccia di colei che lo ama e, dal loro amore nasce Armonia. Viene definita callipigia, dalle belle natiche, e aurea, perché laddove arriva tutto assume colore dorato; può essere utile, per evocare quest'aspetto, ricorrere allo stereotipo dipinto da Botticelli, quando entra tutto fiorisce.

Se dovessimo spogliare le divinità degli attributi e degli oggetti che le contraddistinguono, sarebbe difficile riconoscere l'uno dall'altro; non è così per Afrodite che seppur denudata rimane comunque riconoscibile. Non necessita di orpelli e quando arriva sprigiona un'energia potentissima. Rappresenta il massimo dello sguardo, innamora con lo sguardo, accentua quindi la componente dello sguardo, preludio di qualsiasi tipo di relazione.

Anche in ambito artistico, Afrodite fa sentire la sua influenza, consente il contatto con il sacro e l'artista è animato dal suo spirito tanto che il prodotto artistico rimbalza all'artistae viceversa. È un momento in cui non si può parlare, si può solo sentire. È un aspetto che si vive; è la virgola, gli spazi tra le parole.

Tiziana Coda Zabet ha analizzato l'ultimo aspetto contenuto nella relazione, quello dionisiaco. Dioniso arriva e sconvolge l'idea che noi abbiamo di noi stessi, esprime il legame indissolubile tra la vita e la morte, un legame così forte che tanto più è negato tanto più esplode con violenza. Dioniso è il figlio di Zeus e di Semele, figlia del re di Tebe; per gelosia Era la sottopone ad un incantesimo dopo il quale Semele chiede a Zeus di mostrarsi a lei, pur essendoci un veto, Zeus non può sottrarsi al giuramento e nel vederlo in volto Semele sarà folgorata e incenerita. Toccherà a lui proteggere il feto custodendolo nella sua coscia, forse dallo zoppicare che ne consegue deriva il suo nome.

Quando Dioniso appare si crea un fragore assordante, indica la violazione di ogni norma; mentre Era rappresenta LA norma. Dioniso è la generazione, il potere di generare, è il momento che accomuna vita e morte, interrompe la nostra vita individuale generando un flusso onnicomprensivo di vita. il suo apparire è connotato da duplicità e può essere rappresentato dal toro, dalla pantera e dalle Menadi. Tutta la sua vita è un perpetuo essere perseguitato per essere messo a morte e perciò deve continuamente nascondersi.

Hillmann parla di Dioniso nella nostra psiche: Dioniso è la forza della vita, che nella miccia verde spinge il fiore a nascere. Tutto ciò che era secco diventa umido. Il dio dell'ebbrezza può essere rappresentato da una maschera che guarda di fronte, ma dietro c'è il vuoto, una presenza calma che porta la follia perché dietro alla maschera si percepisce il nulla. Richiede un sapere esoterico, riservato a pochi; è un vedere in trasparenza attraverso intuizioni successive e non ricorrendo al raziocinio. Gli attributi di Dioniso sono la danza, il flusso, il movimento in genere, indice che non deve e non può essere irrigidito in alcuna forma fissa.

L'appuntamento al castello si è concluso con una vivace tavola rotonda, che ha dimostrato l'attualità delle problematiche affrontate e la necessità di trovare sempre nuovi e stimolanti sguardi, che non devono costituire un cammino prefissato, una formula per vivere, ma un fascio di luce per illuminare la condizione contemporanea, perennemente impegnata nella ricerca del sacro, di Dioniso e di Afrodite

Elena Cerruti

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